UNA CASA PER METTERE RADICI AL FUTURO

I progetti CSB e DAR=Casa per offrire opportunità ai più piccoli

Casa è una parola-chiave per capire il nostro tempo: bisogno primario e diritto fondamentale, seppure spesso non garantito, lo è sempre stata, ma la pandemia l’ha riportata al centro delle nostre vite, luogo imprescindibile per qualunque tipo di attività, e la guerra l’ha trasformata da rifugio sicuro a bene precario, improvvisamente indisponibile.

Prima il lockdown e il suo “restate a casa” e ora la guerra in Ucraina, che ci ha ri-costretti a pensare alla casa come a delle mura e a una terra dalla quale si deve andare via. 

Se in questi ultimi due anni la casa era il posto più sicuro in cui restare, adesso è quello più pericoloso, da cui scappare se ci si vuole salvare.

C’è però chi si occupa di casa da più di trent’anni, poiché sa bene che una casa dignitosa e accessibile non è solo la base per il presente, ma soprattutto per costruire e progettare un futuro, anzi anche solo per poterlo immaginare quel futuro.

È la società cooperativa Dar=Casa che, da più di trent’anni, recupera le proprietà pubbliche sfitte o non assegnabili e che di conseguenza rimangono vuote, le ristruttura e le assegna a canone calmierato o in locazione transitoria a famiglie, studenti o lavoratori precari, in modo da offrire una risposta immediata alla domanda di abitare sociale.


DAR come il Diritto A Restare 

Negli anni Novanta la città di Milano è stata meta di numerose ondate migratorie. Cittadini da più parti del Mondo arrivavano in Italia e nel capoluogo lombardo per lavorare, in cerca di un’opportunità per se stessi e per le loro famiglie.

“Arrivare” non significa “poter restare”, perché per farlo c’è bisogno di una casa, dignitosa e accessibile. Una casa che era difficile da trovare.

E così, un gruppo di volontari ha deciso di rispondere a questa necessità e fondare la cooperativa Dar=Casa, con sede in Via Barrilli.

“Dare Casa”, un nome che ha già in sé la missione dell’ente e che racconta anche attivamente quello che fa, si può pensare.

Ma Mariachiara Cela, operatrice sociale della società cooperativa, racconta che dentro al nome c’è molto di più: c’è inclusione non solo di concetto ma anche linguistica. Infatti nel naming, c’è un “uguale” che costringe a un secondo step interpretativo e che anzi, ri-porta alla primissima missione.

Dar in arabo vuol dire casa e per noi è anche l’acronimo di Diritto A Restare” spiega.
“E per restare e mettere radici, per costruire un ambiente sicuro in cui rimanere o ricongiungersi alla famiglia e alle persone care e far nascere i propri figli, ci vuole una casa”.

Se nel primo periodo di attività della cooperativa, soci e volontari si sono occupati di trovare una sistemazione accessibile e dignitosa a cittadini di origine straniera che arrivavano a Milano e nell’hinterland per lavorare, con il passare degli anni, delle le crisi economiche e dell’occupazione, gli “abitanti” della cooperativa Dar=Casa, hanno iniziato a ricevere richieste di aiuto e sostegno anche da cittadini italiani che trovavano sempre più difficoltà nella risposta abitativa della città: non riuscivano a trovare un luogo sicuro, di progettazione e di identità.

E così Dar si è aperta al territorio e alle persone, ha accolto un bisogno e una fragilità ancora più grande e universale, e ha iniziato a sostenere il Diritto A Restare anche di chi, straniero non era, ma un po’ ci si sentiva, perché non riusciva ad avere un luogo in cui costruire e progettare, proprio lì dove lo aveva sempre fatto.

DAR come il Diritto alle Relazioni

“Per me Dar=Casa vuol dire tante cose e tocca tanti aspetti, anche personali della mia vita, però, forse per rendere l’idea di quello che è per me Dar, posso dire che è la palestra in cui posso allenare la cura delle relazioni, il luogo in cui faccio molto di più che assegnare un appartamento” ci racconta Victoria Gomez, anche lei operatrice sociale di Dar=Casa.

Perché Dar non è solo cosa fa, ma anche come lo fa.

“Cerchiamo di orientare le persone nel modo più puntuale e utile possibile” continua Victoria. “Ascoltiamo i bisogni, le necessità, le paure e le insicurezze di chi abita e vive nei nostri appartamenti e stabili e, tramite i servizi di rete territoriali, come i CAF, i consultori, le biblioteche, li aiutiamo e sosteniamo, proprio per aprire il loro sguardo ai servizi che il quartiere offre. Ad esempio, quando si aprono le finestre per le iscrizioni scolastiche, mandiamo un messaggino per avvisare e metterci a disposizione, oppure se esce un bando per l’assegnazione delle case popolari ad esempio, informiamo le famiglie della possibilità”.

C’è il territorio fuori, con i suoi servizi, e c’è quello “dentro”.

Ci sono le corti, i cortili e ci sono i vicini di casa. Quei vicini che diventano amici e famiglia prima ancora che il nuovo spazio diventi “casa” e quei vicini che in molti non conoscono, con i quali magari hanno avuto qualche screzio per le briciole che cadono sul balcone quando si scrolla la tovaglia.

Questi vicini ci sono anche negli stabili gestiti da Dar, ed è per questo che, anche assieme ad altri enti e associazioni dei quartieri, la cooperativa organizza progetti e momenti di ascolto, mediazione e cura del vicinato.

Fa questi c’è Incontriamoci a Corte” il progetto che CSB e Dar=Casa hanno seguito insieme per sei mesi, durante i quali due educatori, Licia e Stefano, hanno invitato le bambine e i bambini e loro famiglie a incontrarsi negli spazi comuni del complesso “4 Corti” del quartiere di Stadera, per passare un po’ di tempo insieme e fare attività che sostengono lo sviluppo e la relazione. “È stato emozionante vedere i bambini e le bambine abbracciare Licia perché non volevano lasciarla andare. E lo è stato ancora di più vedere come l’hanno accolta quando è tornata a trovarli. Sono delle esperienze che ti rendono anche soddisfatta del lavoro che fai, perché funziona” confida Victoria.

“Incontriamoci a Corte” è un progetto che ha insegnato molto di più anche a chi l’ha immaginato e pensato: perché non è stato un invito a uscire, a trovarsi in un posto per stare assieme. 

Al contrario è stato un progetto di accoglienza, a casa.

“Di solito noi accompagniamo fuori, oltre la casa, verso quei servizi del quartiere di cui abbiamo parlato prima, mentre in Corte abbiamo portato il quartiere dentro il cortile e la prospettiva è cambiata e anzi, è diventata a doppio senso”ricorda Mariachiara, ed è proprio vero.

Perché la storia di CSB e Dar=Casa, comincia fra le aule e i cortili della Scuola Palmieri, che è una presenza forte e cruciale nel quartiere, dove le bambine e i bambini raccontavano di quanto tempo passavano “nella loro corte”. 

 Incuriosite da questo luogo, le referenti dell’Unità Locale di Milano, che ha sede proprio nella scuola,  hanno chiesto qualcosa in più ed è così che due enti del terzo settore, CSB e Dar=Casa, “si sono incontrati,” grazie alle famiglie e hanno pensato per loro un progetto di educativa condominiale.


Il Patrimonio Relazionale che resta

“C’è anche un livello ulteriore per cui cerchiamo di creare le condizioni, che è quello delle relazioni fra vicini di casa. È una condizione di base che può attivare altre relazioni, anche in maniera autonoma e senza l’intermediazione della cooperativa” riflette infine Mariachiara.

“Anche durante i lockdown, alcune reti informali di vicinato si sono attivate da sole per la consegna della spesa e delle medicine ad esempio, è questo è stato possibile ed è avvenuto, anche perché magari, in passato siamo riusciti a creare una base di conoscenza e di relazioni”.

Ed è forse anche questa un’altra sfumatura di quel Diritto A Restare che guida i progetti e le azioni dei soci e dei volontari di Dar=Casa, il lasciare qualcosa che poi servirà a diversi livelli, in diversi momenti e situazioni della quotidianità, perché anche se l’immobile è in affitto, magari per poco, pochissimo tempo, non significa che anche le relazioni e le amicizie che si costruiscono e stringono nel palazzo e nel quartiere debbano esserlo. 

Al contrario, CSB e Dar=Casa hanno lavorato insieme proprio per lasciare a piccoli e grandi, qualcosa che va oltre il posto in cui si è e si sarà, per dare  loro quegli strumenti per sostenere il loro Diritto a Restare, a Relazionarsi e a Re-inventarsi sempre.

Elisa Maria Colombo

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