Stereotipi di genere nei primi anni di vita: perché è fondamentale un’educazione inclusiva

Perché parlare di stereotipi di genere nei primi anni di vita

Le disuguaglianze non iniziano a scuola: cominciano molto prima. Nei primi mille giorni di vita si gettano le basi dello sviluppo fisico, emotivo, cognitivo e relazionale di ogni bambina e bambino. Ed è proprio in questo periodo che gli stereotipi di genere possono iniziare a radicarsi, spesso senza che ce ne accorgiamo.

Come sottolinea Giorgio Tamburlini, Presidente di CSB, pediatra ed esperto di politiche per l’infanzia, le traiettorie di crescita sono influenzate da un insieme di fattori sociali, culturali e ambientali fin dalla nascita. Le rappresentazioni di genere fanno parte di questo contesto e possono orientare precocemente ciò che ci si aspetta da una bambina o da un bambino: come dovrebbe comportarsi, cosa dovrebbe desiderare, cosa è considerato “adatto” o “non adatto”.

Queste aspettative, spesso inconsapevoli, incidono sull’autostima, sulla fiducia nelle proprie capacità, sull’espressione delle emozioni e, nel lungo periodo, anche sulla salute e sul benessere psicologico.

Stereotipi di genere nei primi anni di vita: cosa sono e perché fanno male

Frasi apparentemente innocue come «le brave bambine sono educate», «i maschi non piangono», «che bella bambina con quel vestitino» non sono semplici parole: contribuiscono a costruire immagini di sé e del mondo che possono diventare limitanti.

La ricerca mostra che già nei primissimi anni adulti e adulte di riferimento interagiscono in modo diverso con bambine e bambini:
alle prime viene spesso riconosciuta la gentilezza, l’obbedienza, l’aspetto estetico; ai secondi l’intraprendenza, la forza, il controllo delle emozioni. Questo avviene non per cattiva intenzione, ma perché stereotipi culturali profondamente radicati vengono trasmessi “goccia dopo goccia” attraverso linguaggio, giochi, abbigliamento, proposte educative e modelli.

Queste differenze precoci hanno effetti concreti: limitano la libertà di esplorazione, riducono l’accesso a esperienze diverse, influenzano l’autopercezione e contribuiscono alla costruzione di disuguaglianze che si manifestano più avanti nei percorsi scolastici, lavorativi e relazionali.

Come ricorda la psicopedagogista di CSB Monica Castagnetti, educare non significa rendere “buoni” o “brave” secondo modelli rigidi, ma permettere a bambine e bambini di riconoscere e sviluppare le proprie risorse, anche quando questo significa mettere in discussione norme e aspettative al di fuori del pensiero comune.

Una bimba e sua mamma giocano con dei tubi di carta

Il ruolo delle parole, dei giochi e delle aspettative

Le parole che rivolgiamo a bambine e bambini hanno un peso enorme. Contribuiscono a definire ciò che è possibile immaginare per sé. Quando l’attenzione verso le bambine si concentra soprattutto sull’aspetto fisico, o quando ai bambini viene negato lo spazio per esprimere paura, tristezza o tenerezza, si costruiscono modelli emotivi impoveriti.

Lo stesso vale per il gioco:
giocattoli, sport e attività continuano a essere fortemente divisi per genere, con il rischio che bambine e bambini si autocensurino, convincendosi che certi interessi “non fanno per loro”. Eppure il gioco è uno degli strumenti più potenti di apprendimento, di costruzione e integrazione della realtà: organizza ed espande le possibilità, stimola competenze diverse, rafforza e regola l’autostima.

Educare in modo inclusivo significa offrire libertà di esplorazione, sperimentare senza etichette, riconoscere talenti e inclinazioni individuali senza filtrarli attraverso ciò che la cultura ricevuta dagli adulti identifica come “di genere”.

Un'immagine stereotipata: utensili da cucina su sfondo rosa e utensili meccainici su sfondo blu

Educazione inclusiva nell’infanzia: la chiave per il cambiamento

Nell’articolo “Come le diseguaglianze nascono, crescono e possono essere contrastate”, Tamburlini afferma che per contrastare le disuguaglianze precoci serve un’azione sinergica, che coinvolga famiglie, servizi educativi, operatori e operatrici della salute, educazione e politiche pubbliche. In questo contesto, l’educazione inclusiva nell’infanzia è uno strumento potente e necessario.

Promuovere un’educazione libera da stereotipi significa:

  • proporre libri, giochi e materiali che non rafforzino ruoli di genere rigidi;
  • formare educatrici, educatori, operatori e operatrici alla consapevolezza di genere;
  • offrire ambienti accoglienti, stimolanti e sicuri, in cui ogni bambina e ogni bambino possa esplorare, sperimentare e apprendere senza etichette o limitazioni.

Cosa fa il CSB: il progetto “Volta Pagina”

Il Centro per la Salute delle Bambine e dei Bambini è da anni impegnato nel contrasto alle disuguaglianze precoci e nella promozione di un’educazione inclusiva fin dalla nascita.

Tra i progetti più significativi c’è Volta Pagina, che propone strumenti concreti per riflettere criticamente su libri e materiali destinati all’infanzia. Attraverso laboratori, schede di lettura e selezioni mirate di albi illustrati, il progetto:

  • incoraggia una rappresentazione pluralista e non discriminatoria della realtà;
  • promuove l’inclusione e il rispetto di tutte le identità;
  • fornisce risorse educative per famiglie, scuole e servizi territoriali.
Il logo del progetto volta pagina

In conclusione

Superare gli stereotipi di genere nei primi anni di vita è una priorità educativa e sociale. Ogni interazione, ogni storia letta e ogni gioco proposto nei primi mille giorni può contribuire a costruire un ambiente in cui tutte le bambine e tutti i bambini possano crescere liberi da etichette e limiti imposti dalle percezioni culturali riferite al genere.

Investire nella qualità delle esperienze nella prima infanzia è una delle azioni più efficaci per prevenire discriminazioni e disuguaglianze future. Educare alla libertà e al rispetto reciproco significa gettare le basi per una società più equa — e questo percorso può iniziare anche da un gesto semplice: fermarsi, osservare, scegliere con maggiore consapevolezza.

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