Quando parliamo di ecologia dello sviluppo, stiamo dicendo una cosa semplice (ma decisiva): nessuna bambina e nessun bambino cresce “da sola o da solo”, e nessuna madre o nessun padre (o altra figura di cura) può reggere tutto in un vuoto di servizi, relazioni e opportunità. Lo sviluppo prende forma dentro un sistema di contesti che si influenzano a vicenda: casa, nido e scuola dell’infanzia, servizi sanitari e sociali, quartiere, lavoro, cultura, politiche.
È un cambio di prospettiva: invece di chiederci solo “cosa serve a una bambina o a un bambino?”, ci chiediamo anche “cosa serve alle madri e ai padri, alle educatrici e agli educatori, alle operatrici e agli operatori che se ne prendono cura, e ai contesti in cui vivono?”. È qui che l’approccio di CSB diventa molto concreto: costruire intorno alle famiglie, soprattutto nei primi 1000 giorni, contesti protettivi e incoraggianti fatti di informazioni, servizi e opportunità reali.
Che cos’è (davvero) l’ecologia dello sviluppo
Nell’approccio di CSB, l’ecologia dello sviluppo si appoggia al modello bioecologico: l’ambiente non è “sfondo”, è parte attiva del processo. Bambine e bambini crescono in contesti interconnessi; ciò che accade in uno (stress economico, isolamento, rete sociale, accesso ai servizi, qualità del nido, salute mentale di madri e padri) cambia la qualità delle relazioni e, quindi, le traiettorie di sviluppo.
Un punto cruciale del metodo CSB è questo: l’impatto della cura sullo sviluppo non dipende solo dalla “buona volontà” individuale, ma anche dalle condizioni che favoriscono o ostacolano la genitorialità responsiva e, più in generale, la qualità della cura.

Perché i primi 1000 giorni sono “un ecosistema” (non una lista di competenze)
Nei primi 1000 giorni si disegnano basi importanti della traiettoria di vita, ma è anche un tempo di forte trasformazione per chi diventa madre o padre: vulnerabilità, riorganizzazione, nuove responsabilità. Detto in un’altra forma: non esiste una buona “relazione educativa” che galleggia sopra la realtà. Se chi si prende cura è isolato, esaurito o non riconosciuto, rispondere con sensibilità e continuità diventa più difficile. È esattamente qui che l’ecologia dello sviluppo smette di essere teoria e diventa strategia.
Per CSB questo significa una cosa operativa: arrivare presto, con interventi promozionali e preventivi, prima che difficoltà e disuguaglianze si cristallizzino.
Ecco perché l’ecologia dello sviluppo porta a preferire:
- supporti precoci (non solo quando “scoppia il problema”);
- azioni multidisciplinari (salute, educativo, sociale, comunità);
- un approccio universale ma proporzionale: tutte le famiglie hanno bisogno di informazioni e incoraggiamento; alcune famiglie hanno bisogno di più contatti, più vicinanza e servizi personalizzati.
-> Per approfondire: La salute e il benessere dei bambini e delle bambine iniziano nei primi mille giorni di vita

Cosa dice la ricerca sulla “rilevanza interpersonale” e perché riguarda l’ecologia dello sviluppo
Questo punto si collega bene anche a una cornice di ricerca esplicita: il paper “Mattering in Early Childhood: Building a Strong Foundation for Life” del Center on the Developing Child at Harvard University (2025).
L’idea centrale è che il sentirsi valorizzate e valorizzati non sia un concetto “astratto”, ma un bisogno umano con effetti concreti sul benessere e sullo sviluppo.
La connessione con l’ecologia dello sviluppo è doppia:
- Le bambine e i bambini costruiscono il senso di essere importanti dentro relazioni ripetute e affidabili, anche nelle micro-interazioni quotidiane: segnali accolti, risposta coerente, sintonizzazione.
- Quelle micro-interazioni diventano più o meno possibili in base al contesto che sostiene (o non sostiene) gli adulti: quando madri, padri e altre figure di cura vivono l’esperienza di essere valorizzati in ciò che possono dare alla relazione e vengono trattati bene, saranno più sereni nel trattare bene anche i loro bambini e bambine.
Per questo il paper parla anche di valorizzazione dell’ecosistema: un insieme di condizioni – relazionali, comunitarie e istituzionali – che fa sentire le adulte e gli adulti riconosciute e riconosciuti, e così rende più probabile che anche bambine e bambini sperimentino continuità, attenzione e fiducia.
Tre livelli dell’ecologia dello sviluppo
Se mettiamo insieme i due passaggi precedenti – valorizzare chi si prende cura e costruire contesti che rendono possibile il “ben-trattamento” – possiamo “tradurre” l’ecologia dello sviluppo in una mappa molto pratica. È utile perché aiuta a non cercare una sola causa e una sola soluzione: spesso i cambiamenti più efficaci sono quelli che agiscono su più livelli contemporaneamente.
1) Micro: la relazione quotidiana
Serve and return, ascolto, sguardi, routine (pasto, cambio, sonno). Qui si gioca la base della responsività. In pratica: meno “fare di più”, più rispondere meglio.
2) Meso: servizi e comunità che si parlano
Nido e pediatria che condividono linguaggi, consultori accessibili, spazi per madri e padri, reti territoriali sociali di prossimità. Nel nostro approccio torna spesso un concetto: responsività collettiva. Nei primi mesi dopo la nascita, il rientro a casa è complesso e richiede una comunità e servizi capaci di “rispondere” insieme e favorire il modellamento positivo delle famiglie stesse.
3) Macro: condizioni di vita che abbassano o alzano lo stress
Orari di lavoro, sostegni economici, casa, trasporti, norme culturali, accesso alle opportunità. Anche qui “si fa sviluppo”, perché qui si decide quanta energia resta per la cura.
Il punto di vista CSB: creare condizioni possibili, ogni giorno
Dentro l’ecologia dello sviluppo, la domanda non è “come diventare madri e padri perfetti”, ma come rendere possibile una cura sufficientemente buona nelle condizioni reali in cui vivono le famiglie. È dunque necessario spostare lo sguardo dal giudizio alla promozione, dall’intervento tardivo a quello precoce, dalla singola difficoltà alle condizioni che la rendono superabile.
Significa anche riconoscere che la responsività e il benessere non dipendono solo dall’impegno individuale, ma da un intreccio di fattori: tempi, supporti, accesso ai servizi, qualità delle relazioni, carichi emotivi e materiali. Per questo CSB lavora con un approccio universale ma proporzionale: offrire informazioni, orientamento e opportunità a tutte le famiglie, intensificando il sostegno quando ci sono più ostacoli e meno risorse.

Come si traduce, concretamente, questa prospettiva
Per usare l’ecologia dello sviluppo come bussola, può essere utile una triade molto semplice: bambina o bambino – adulto – contesto. Quando qualcosa “non funziona”, evitiamo di soffermarci sulla superficie e facciamo spazio a tre domande pratiche.
1) Che cosa sta dicendo la bambina o il bambino?
Non solo con le parole: con il corpo, lo sguardo, il pianto, l’eccitazione, il ritiro. Leggere i segnali è il primo passo, perché è da lì che nasce la possibilità di risposta.
2) Che cosa sta vivendo chi si prende cura?
Se madri, padri, altre figure familiari, educatrici ed educatori, operatrici e operatori sono sotto pressione o isolati, la cura responsiva diventa più faticosa. Sostenere e valorizzare chi si prende cura non è un dettaglio, è una strategia che rende più possibile la qualità della relazione.
3) Che cosa sta facendo (o non sta facendo) il contesto intorno alla famiglia?
Tempi di lavoro incompatibili, pochi spazi di socialità, servizi difficili da raggiungere, informazioni frammentate: sono tutti fattori “ecologici” che possono aumentare lo stress e ridurre le occasioni di sintonizzazione. Al contrario, un contesto che accoglie, orienta e accompagna rende più probabile che le micro-interazioni quotidiane siano buone abbastanza da sostenere lo sviluppo.
Perché i progetti CSB nascono proprio da questa logica
CSB promuove e sostiene progetti che lavorano sui contesti oltre che sulle singole persone: perché l’ecologia dello sviluppo si cambia mettendo insieme relazione, comunità e servizi. Nei Villaggi per Crescere, ad esempio, la dimensione comunitaria e di prossimità crea occasioni concrete di incontro, osservazione, gioco e supporto tra famiglie, bambine e bambini, con la presenza di figure competenti che aiutano a trasformare piccoli momenti quotidiani in opportunità di cura responsiva e apprendimento precoce.
Perché quando una madre o un padre, un’educatrice o un educatore, un’operatrice o un operatore si sentono sostenuti, riconosciuti e meno soli, diventa più facile fare la cosa che conta di più nei primi anni: essere presenti, rispondere ai segnali, tornare alla relazione anche dopo una giornata difficile. Ed è lì, in quelle micro-scelte possibili, che bambine e bambini trovano una base solida per crescere.