Perché il “Villaggio” può essere la risposta alla solitudine dei genitori.
C’è un’immagine che riassume bene la sfida di essere genitori oggi: quella di un equilibrista che cerca di tenere insieme lavoro, affetti e bisogni educativi, spesso muovendosi su un filo sospeso nel vuoto, senza una rete sotto. Ma la scienza ci dice che questa rete può essere ricostruita. Il progetto “Un Villaggio per Crescere”, oggi realtà consolidata in 15 città italiane, sta dimostrando proprio questo: è possibile contrastare l’isolamento delle famiglie offrendo loro un luogo dove trovarsi e confrontarsi.
A dircelo è l’esito della valutazione del progetto condotta attraverso questionari diversi, con rigore scientifico (gruppo di controllo) e con analisi affidata a ente esterno indipendente. Un esito che lascia pochi dubbi: la partecipazione alle attività del Villaggio non è solo un modo piacevole di passare il tempo, ma una risorsa importante per il benessere dei genitori e dei loro bambini e bambine.
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Oltre la solitudine: la forza del gruppo
Spesso pensiamo che per cambiare le abitudini servano anni. Invece, i dati raccolti mostrano che è sufficiente un ciclo di 10 incontri per osservare un cambiamento. Il primo elemento a beneficiare di questa esperienza è l’autoefficacia genitoriale.

Come abbiamo misurato l’autoefficacia? Lo abbiamo fatto prendendo in considerazione 4 ambiti che abbiamo indagato tramite dei questionari:
- Cura quotidiana: sentirsi sicuri nei piccoli gesti di ogni giorno, come preparare la pappa, cambiare il pannolino o fare il bagnetto.
- Regolazione emotiva e comportamentale: saper entrare in contatto con le emozioni del bambino e della bambina: riuscire a calmarli quando piangono, farli sorridere o catturare la loro attenzione.
- Capacità di lettura dei segnali: imparare a leggere i messaggi “invisibili”: capire se i propri bambini e bambine sono stanchi, se hanno un fastidio o distinguere tra ciò che li entusiasma e ciò che non apprezzano.
- Interazione e affettività: sentirsi capaci nel gestire momenti specifici di interazione, dimostrando affetto e sostegno in modo efficace rispetto al contesto in cui ci si trova.
Cosa significano in concreto i risultati positivi sull’autoefficacia? Che, frequentando i Villaggi, genitori e adulti di cura iniziano a sentirsi più sicuri nelle proprie capacità. Non si tratta di imparare “tecniche”, ma di vivere un consolidamento di evidenze quotidiane, quella preziosa sensazione di “sapersela cavare”, di capire i segnali del proprio bambino e della propria bambina, e di saper rispondere ai suoi bisogni. Questa ritrovata fiducia può contribuire a ridurre lo stress genitoriale e a migliorare la qualità della relazione.
Dallo spazio del Villaggio alle mura di casa
Inoltre, la buona riuscita del progetto non è data solo da ciò che accade durante il tempo dedicato agli incontri al Villaggio, ma soprattutto da ciò che le persone, grandi e piccole, si portano a casa, una volta varcata la soglia. È qui che ritornano, in veri e propri rituali familiari, piccoli gesti, buone pratiche apprese e condivise, informazioni che arricchiscono lo sguardo che abbiamo nei confronti dei più piccoli e delle più piccole.
Le attività vissute insieme alle educatrici e agli educatori agiscono come una scintilla silenziosa. Una seconda valutazione, che ha avuto come oggetto d’indagine il lavoro del personale educativo, ha avuto modo di rilevare anche ciò che è rientrato maggiormente nelle routine familiari:
- Il ritorno della voce: Gli studi evidenziano un aumento netto delle attività di lettura condivisa e di ascolto sonoro-musicale. Libri e suoni diventano strumenti di connessione emotiva, non più solo “compiti” educativi.
- Mani grandi e piccole protagoniste: Si nota la propensione a favorire attività manuali e creative libere da aspettative performative.
- La scoperta del gioco libero: Molti genitori arrivano con la paura del “disordine” o del “contatto”. Grazie al supporto del personale educativo, imparano a lasciare che il bambino e la bambina esplorino, scoprendo che sporcarsi con la farina o giocare con materiali destrutturati è un’opportunità fondamentale per la loro crescita.
Il ruolo del personale educativo: sguardi che sostengono
Se i dati quantitativi ci parlano di numeri, le osservazioni qualitative delle educatrici ci parlano di persone. Le operatrici descrivono i Villaggi come veri e propri spazi di ascolto, dove i genitori si sentono legittimati a portare le loro difficoltà e preoccupazioni, sapendo di trovare sostegno e supporto.
Il loro ruolo non è quello di giudicare, ma di “stare accanto”. Le educatrici testimoniano una trasformazione nella postura educativa: genitori che inizialmente apparivano rigidi o ansiosi, col tempo iniziano a adottare stili comunicativi più positivi. Si impara a scoprire il valore dell’attesa: rispettare i tempi del bambino o della bambina senza forzarli. Questo “alleggerimento” del clima familiare è forse il risultato più prezioso, assieme a una maggior propensione all’ascolto, al coinvolgersi nel gioco, e un’accresciuta consapevolezza riguardo alle fasi dello sviluppo dei più piccoli e delle più piccole.

Un orizzonte di inclusione
Un altro aspetto cruciale che emerge dai dati è la capacità del Villaggio di creare reti sociali. In un’epoca in cui le famiglie sono spesso lontane dai propri nuclei d’origine, il Villaggio diventa la “nuova famiglia scelta”. È un luogo dove si incontrano culture diverse e diversi gradi di istruzione, uniti dallo stesso desiderio: far crescere bene i propri figli e le proprie figlie. Genitori che faticavano ad aprirsi iniziano a condividere gioie e fatiche, prima con lo staff e poi tra loro, facendo nascere amicizie che continuano anche fuori dagli incontri.
Molti genitori, inoltre, raccontano di aver scoperto opportunità che prima non conoscevano: hanno ricevuto maggiori informazioni su servizi educativi e sanitari, così come sugli aiuti economici. La vera sorpresa, però, riguarda la cultura: buona parte di chi ha risposto ai questionari di valutazione ha riportato di aver scoperto attività educative e musei di cui ignoravano l’esistenza. Oggi, una famiglia su tre tra quelle che hanno frequentato il Villaggio guarda con occhi diversi alle biblioteche, ai consultori, ai musei e alle associazioni e gruppi culturali.
Certo, le sfide restano – come quella di coinvolgere sempre di più le famiglie di origine straniera o chi vive in contesti di forte fragilità – ma la strada è tracciata.
Conclusione: un’opera collettiva
In definitiva, i risultati ci raccontano che crescere bene è un’avventura corale, e che Un Villaggio per Crescere è un progetto che si nutre di vicinanza, di scambio e di supporto reciproco. Investire in questi spazi significa investire nel presente (e quindi anche nel futuro) della società. Il Villaggio non è solo un luogo fisico: è l’idea che, insieme, il cammino sia meno faticoso e molto più positivo.